Gabriele D'Annunzio

Da WikiPoesia.
Jump to navigation Jump to search
D'Annunzio nel 1890

Gabriele D'Annunzio è nato a Pescara il 12 marzo 1863 ed è morto a Gardone Riviera il 1º marzo 1938.

Scrittore, poeta, drammaturgo.

Militare, politico, giornalista e patriota.

Simbolo del Decadentismo e celebre figura della prima guerra mondiale, dal 1924 insignito del titolo di "principe di Montenevoso".


Soprannominato "Il Vate", cioè "poeta sacro, profeta", cantore dell'Italia umbertina, o anche "l'Immaginifico", occupò una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924. È stato definito «eccezionale e ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana […]».[1] Come figura politica lasciò un segno nella sua epoca e ebbe un'influenza notevole sugli eventi che gli sarebbero succeduti; essendo stato mentore di Mussolini, ebbe un importante ruolo di precursore per il fascismo italiano, anche se non si iscrisse mai nel PNF.

L'arte di D'Annunzio fu così determinante per la cultura di massa, che influenzò usi e costumi nell'Italia - e non solo - del suo tempo: un periodo che più tardi sarebbe stato definito appunto "dannunzianesimo".[2]

Il periodo romano (1881-1891)

Gli anni 1881-1891 furono decisivi per la formazione di D'Annunzio, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano di Roma da poco divenuta capitale del Regno, cominciò a forgiarsi il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. La buona accoglienza che trovò in città fu favorita dalla presenza in essa di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese, parte dei quali conosciuti dal poeta a Francavilla al Mare, in un convento di proprietà del corregionale e amico Francesco Paolo Michetti (fra essi Scarfoglio, Tosti, Masciantonio e Barbella) che fece parlare in seguito di una "Roma bizantina", dal nome della rivista su cui scrivevano, Cronaca bizantina.

La cultura provinciale e vitalistica di cui il gruppo si faceva portatore appariva al pubblico romano, chiuso in un ambiente ristretto e soffocante — ancora molto lontano dall'effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee — una novità "barbarica", eccitante e trasgressiva; D'Annunzio seppe condensare perfettamente, con uno stile giornalistico esuberante, raffinato e virtuosistico, gli stimoli che questa opposizione "centro-periferia", "natura-cultura" offrivano alle attese di lettori desiderosi di novità.

Atto di matrimonio di Gabriele D'Annunzio e Maria Hardouin, avvenuto a Roma il 28 luglio 1883

D'Annunzio si era dovuto adattare al lavoro giornalistico soprattutto per esigenze economiche, ma attratto alla frequentazione della Roma "bene" dal suo gusto per l'esibizione della bellezza e del lusso, nel 1883 sposò, con un matrimonio "di riparazione" (lei era già incinta del figlio Mario), nella cappella di Palazzo Altemps a Roma, Maria Hardouin duchessa di Gallese, da cui ebbe tre figli (Mario, deputato al parlamento, Gabriele Maria, attore, e Ugo Veniero). Il matrimonio finì in una separazione legale dopo pochi anni (anche se il poeta e la ex-moglie rimasero in buoni rapporti), per le numerose relazioni extraconiugali di D'Annunzio. Tuttavia, le esperienze per lui decisive furono quelle trasfigurate negli eleganti e ricercati resoconti giornalistici. In questo rito di iniziazione letteraria egli mise rapidamente a fuoco i propri riferimenti culturali, nei quali si immedesimò fino a trasfondervi tutte le sue energie creative ed emotive. Ma la donna venne presto messa in disparte dallo scrittore, che dall'aprile del 1887 guardò con grande passione alla nuova amante Barbara Leoni, destinata a restare il suo più grande amore, anche al di là della loro storia durata cinque anni.

In quei primi anni giovanili utilizzava lo pseudonimo di "Duca Minimo" per gli articoli che scriveva per La Tribuna, giornale fondato dagli esponenti della Sinistra storica, Alfredo Baccarini e Giuseppe Zanardelli.

Il grande successo letterario arrivò con la pubblicazione del suo primo romanzo, Il piacere a Milano presso l'editore Treves, nel 1889. Tale romanzo, incentrato sulla figura dell'esteta decadente, inaugura una nuova prosa introspettiva e psicologica che rompe con i canoni estetici del naturalismo e del positivismo allora imperanti. Accanto a lettori ed estimatori più attenti e colti, venne presto a crearsi attorno alla figura di D'Annunzio un vasto pubblico condizionato non tanto dai contenuti, quanto dalle forme e dai risvolti divistici delle sue opere e della sua persona, un vero e proprio star system ante litteram, che lo stesso scrittore contribuì a costruire deliberatamente. Egli inventò uno stile immaginoso e appariscente di vita da "grande divo", con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di "vivere un'altra vita", di oggetti e comportamenti-culto che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa.

Il periodo napoletano (1891-1893)

Omissis

Il periodo fiorentino (1894-1904)

Nel 1897 volle provare l'esperienza politica, vivendo anch'essa, come tutto il resto, in un modo bizzarro e clamoroso: eletto deputato della destra, passò quasi subito nelle file della sinistra, giustificandosi con la celebre affermazione «vado verso la vita», per protesta contro Luigi Pelloux e le "leggi liberticide"; espresse anche vivaci proteste per la sanguinosa repressione dei moti di Milano da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris. Dal 1900 al 1906 fu molto vicino al Partito Socialista Italiano[3].

Il rapporto con la massoneria

Più tardi fu iniziato al Martinismo.

Il trasferimento in Francia (1904-1915)

Nel 1914 Gabriele D'Annunzio rifiutò di diventare Accademico della Crusca, dichiarandosi nemico degli onori letterari e delle Università. Ai bolognesi che gli offrivano una cattedra scrisse infatti: “amo più le aperte spiagge che le chiuse scuole dalle quali vi auguro di liberarvi”.

Partecipazione alla prima guerra mondiale (1915-1918)

L'impresa di Fiume (1919-1921)

D'Annunzio, che era anche comandante delle Forze Armate Fiumane, e il suo governo vararono tra l'altro la Carta del Carnaro, una costituzione provvisoria, scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris e modificata in parte da D'Annunzio stesso, che prevedeva, assieme alle varie leggi applicative e regolamenti varati, numerosi diritti per i lavoratori, le pensioni di invalidità, l'habeas corpus, il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di opinione, di religione e di orientamento sessuale, la depenalizzazione dell'omosessualità, del nudismo e dell'uso di droga, la funzione sociale della proprietà privata, il corporativismo, le autonomie locali e il risarcimento degli errori giudiziari[4], il tutto molto tempo prima di altre carte costituzionali dell'epoca.

L’esilio a Gardone Riviera (1921-1938)

Opere principali

La produzione letteraria di D'Annunzio fu stampata integralmente fra il 1927 e il 1936 da un Istituto nazionale creato appositamente sotto l'egida dello Stato italiano per la pubblicazione della sua ''Opera Omnia''. Il Vate collaborò attivamente alla realizzazione dell'ambizioso progetto, come collaborò alla pubblicazione di un'edizione economica (''L'Oleandro'') che ricalcava la precedente, realizzata anch'essa quando egli era ancora in vita, fra il 1931 e il 1937. Subito dopo la sua morte e cioè fra il 1939 e il 1942 la ''Fondazione del Vittoriale degli Italiani'' provvide a ristampare quasi integralmente la produzione dannunziana: 42 volumi su un totale di 46 (gli ultimi quattro non uscirono per le note vicende belliche che desolarono l'Italia nel 1943). Nel secondo dopoguerra merita una particolare menzione la pregevole edizione dell’''Opera Omnia'' apparsa, a partire dal 1950, nei ''Classici Contemporanei Italiani'' di Arnoldo Mondadori Editore.

Fra le opere più significative di Gabriele D'Annunzio segnaliamo queste.

Primo vere (1879)

Canto novo (1882)

Intermezzo di rime (1883)

Il libro delle vergini - San Pantaleone (1884-86)

Il piacere (1889)

L'innocente (1892)

Poema paradisiaco (1893)

Il trionfo della morte (1894)

Le vergini delle rocce (1895)

La città morta (1898)

La Gioconda (1898)

Il fuoco (1900)

Le novelle della Pescara (1902)

Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi (1903)

La figlia di Iorio (1904)

La fiaccola sotto il moggio (1905)

La nave (1908)

Forse che sì, forse che no (1910)

Notturno (1921)

Il libro segreto di Gabriele D'Annunzio (1935)

Voci correlate

Note

  1. Tutt'oggi «accanto alle più neutre registrazioni delle sue gesta o alle più lusinghiere etichette della vulgata critica (massimo esponente del decadentismo italiano, straordinario sperimentatore di generi e forme, etc.) ben consolidate sono pure le formule denigratorie […] e assai diffuse le dicerie più incontrollabili, se non grottesche.» A proposito delle dicerie improbabili e grottesche, l'autore aggiunge in nota: «Si pensi alla leggenda, che continua ad essere diffusa soprattutto tra gli studenti delle scuole superiori, secondo la quale d'Annunzio si sarebbe fatto asportare una costola per poter praticare l'autofellatio».
  2. Gabriele D'Annunzio. (20 ottobre 2019). Wikipedia, L'enciclopedia libera. Tratto il 23 ottobre 2019, 10:23 da //it.wikipedia.org/w/index.php?title=Gabriele_D%27Annunzio&oldid=108381176.
  3. Gabriele d'Annunzio fu anche socialista - Ansa del 12 dicembre 2014.
  4. cfr. articoli 2 e 3 della Carta.