Patrizia Stefanelli

Da WikiPoesia.
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Patrizia Stefanelli è nata il 10 aprile  1960 a Formia (LT). 

Vive a Formia (LT). Dopo il diploma universitario in scienze infermieristiche, si laurea col massimo dei voti in DAMS (regia teatrale e organizzazione di eventi) presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre con la tesi: Storia del teatro e tradizioni del Sud Pontino.

È direttrice artistica del XXIII Premio Nazionale Mimesis di poesia e del III Premio Internazionale Modernità in metrica.

Sue poesie, recensioni e prefazioni per poeti contemporanei sono presenti in riviste, quotidiani e blog di settore tra cui: Alla volta di Leucade (di cui è collaboratrice) curato dal Prof. Nazario Pardini (ordinario di letteratura, poeta, saggista e critico letterario); Mimesis Magazine ed altri. Sue poesie hanno ricevuto note critiche da: Maurizio Cucchi ed Eugenio Lucrezi (La Repubblica); Giorgio Linguaglossa nel blog L’ombra delle parole; Ugo Cundari nelle pagine della Cultura del Messaggero e del Mattino di Napoli e ancora daSandro Angelucci, Cinzia Badazzi, Pasquale Balestriere, Ninnj Di Stefano Busà, Franco Campegiani, Carla Maria Casula, Sandra Cervone, Carmelo Consoli, LorenzoCurti, Grazia Dormiente, Claudio Fiorentini, Giuseppe Manitta, Roberto Mestrone,Mauro Montacchiesi, Maria Teresa Prestigiacomo, Maria Rizzi, Abner Rossi,Paolo Sangiovanni, Vittorio Verducci, Rodolfo Vettorello.

Vincitrice di numerosi primi premi, nel 2014 pubblica il suo Per il teatro, ha scritto, diretto e rappresentato le commedie: "Non scherzare con il morto” (migliore regia e sceneggiatura al festival FITA); "Tre tazze e una zuppiera"; "Qui si sana?"(Premio FITA migliore regia e attrice caratterista); "Cantando il tempo che fu" (tradizioni e canti popolari del Sud Pontino); "Il mistero di Don Giovanni"(da Il profumo di mia moglie di Leo Lenz), Premio FITA 2012. Ha curato la regia e la libera messa in scena dei testi: "La leggenda della montagna" e “Fra Diavolo”, di Nicola Maggiarra. Studiosa di teatro e feste popolari del sud Pontino, crea performances di teatro/poesia, anche di strada. Ha diretto e curato due edizioni del “Festival Palabras en el mundo” per la sede di Latina. Ha scritto prefazioni per importanti poeti contemporanei. È direttrice della collana MIMESIS per Armando Caramanica Editore. In fase di pubblicazione la silloge Malacarne che ha ricevuto la prefazione del Prof. Orazio Antonio Bologna, (membro dell’Academia Latinitati Fovendae e della Pontificia Academia Latina, vicedirettore scientifico della rivista Collectanea Philologica, presso l’Università di Łódź). La silloge, oggetto di studio psico-critico della Professoressa Ada Boubara dell’Università di Salonicco, è stata presentata al CONVEGNO INTERNAZIONALE: L'ITALIANISTICA NEL TERZO MILLENNIO: LE NUOVE SFIDE NELLE RICERCHE LINGUISTICHE, LETTERARIE E CULTURALI 60 ANNI DI STUDI ITALIANI ALL’UNIVERSITÀ "SS. CIRILLO E METODIO" DI SKOPJE 27-28 settembre 2019.

È membro d’importanti giurie letterarie ed è presente in antologie di poesia e critica tra cui i preziosi volumi: “Il padre” e Lettura di autori contemporanei (II, III e IV volume) di Nazario Pardini; “Squarciare i silenzi” - Poeti Contemporanei - Edizione Speciale Trentennale Collettivo Acca.

E' tra i poeti ospiti del Festival delle due rive - Marocco 2017 e tra i 15 poeti dialettali scelti per il Festival Internazionale Salerno Letteratura 2019 con la supervisione di Gian Mario Villalta e la direzione artistica di Francesco Durante.È membro d’importanti giurie letterarie ed è presente in antologie di poesia e critica tra cui i preziosi volumi: “Il padre” e Lettura di autori contemporanei (II, III e IV volume) di Nazario Pardini; “Squarciare i silenzi” - Poeti Contemporanei - Edizione Speciale Trentennale Collettivo Acca.

Hanno prestato attenzione alle sue attività: la Repubblica, Avvenire, Il Messaggero, Il Tempo, Rai International, Latina Oggi, Panorama, Lazio TV, Rai International con la direzione di Augusto Milana.

Pubblicazioni

  • Guardami - Rupe Mutevole Edizioni 2014
  • Rosanero - Rupe Mutevole Edizioni 2015

Premi

  • Festival lirico Leoncavallo- Premio Amalia Vilotta Montalto Uffugo (CS) 2012
  • libro edito Rosanero del “ Certamen Apollinare Poeticum” - Università Premio Pontificia Salesiana- ROMA
  • Premio Internazionale Ev-viva la mamma(RG)
  • Premio Internazionale Accademia Euromediterranea delle Arti (ME)
  • libro edito “Rosanero” Premio internazionale Leandro Polverini-sezione simbolista
  • “Un Monte di poesia” - Accademia Alfieri - Comune di Abbadia S. Salvatore (SI)
  • videopoesia premio “HOMBRES” con “Dal collegio il mare”
  • silloge inedita “Malacarne” con pubblicazione Premio “Si accende il Borgo” – Roma
  • Premio Panchine d’autore- il viale dell’arte Francavilla Fontana – La Casaccia 2019 Presieduta dal Maestro Ernesto Gennaro Solferino.
  • Premio “Il presepe oggi” Centro Studi e Ricerche “Bartolommeo Capasso - Sorrento


Intervista di WikiPoesia

A cura di Maria Luisa Dezi (Maggio 2020)


"La consapevolezza di sé è un viaggio nel silenzio interiore, nella solitudine beata dell’anima la quale si apre, così, all’accoglienza del divino che è in ognuno di noi." Sono parole tue molto belle ed intense.  È questo che ispira la tua poesia?

Ciò che ispira la mia poesia è la sua stessa essenza, il suo accadere. Credo che l’arte in qualsiasi forma, tenda a rappresentare un evento anche se, ontologicamente, nessuna produzione artistica potrà mai eguagliare la perfezione dell’evento che la genera nella scoperta, spesso in contraddizione col pensiero logico della nostra mente, nella mancanza, nello spazio vuoto della forma. E la forma siamo noi stessi, materia e quel che d’imponderabile esiste, che sta tra il sensibile e il non conosciuto. La poesia è l’utopia che attende di esistere tra il significante e il significato, tra un’immagine e la sua specularità; è visione. C’è un luogo di trascendenza in ognuno di noi in cui alberga la Bellezza; e la poesia è Bellezza. Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray scriveva:Regna per diritto divino e rende principi coloro che la possiedono. La bellezza è il miracolo dei miracoli.” C’è una solitudine beata in noi che realizza il silenzio che occorre all’ascolto. La consapevolezza di sé è il cardine sul quale gira la porta della nostra umanità che, errando, cerca fuori, anche convulsamente, la propria felicità. Nello spazio interiore - chi vi riesce -  cresce la grazia che ci governa in una logica dell’illogico, ben più potente della ragione. Così come una persona non può essere rappresentata dai movimenti volontari collegati all’area vigile del cervello, la poesia può essere rappresentata soltanto dall’accordo intellettuale/emozionale affinché si risolva in opera che Orazio sintetizzava in Ars et Inventio. Orazio scrive: "Non basta che la poesia sia bella, bisogna che sia dolce e che trascini, a suo piacimento, l’animo degli ascoltatori". Dolce? Non è detto. L'enunciato poetico, fatto di suoni, scarto linguistico, forma/contenuto, trova nell'estetica, infine, la sua essenza. Ciò che serve a tutti, che resterà, è la poetica di un autore, il suo lascito nel mondo per il mondo. Nessuna verità e nessuna certezza sono possibili. Dire che una poesia è vera, equivale a farne un resoconto poco attendibile rispetto all'intuizione. È un esercizio spirituale, la poesia, è apertura, ferita, concessione. Tra la vita e il vissuto, dunque, c’è la parola che ci suona il corpo, che ci fa vibrare l’essere, che sorprende nello slancio ad assegnare il nome a un frammento vissuto, fotogramma emotivo che dilata lo spazio interiore fino all’ultimo orizzonte e si attualizza nella nostra mente. «L’essere per me è l’essere della significanza», scriveva Lacan, e allora con l’arte della parola ci illudiamo e proviamo a dare un significato alle nostre verità inconsce. La poesia è Locus mobilis, (come il teatro secondo R. Guarino) spazio immateriale delle azioni rappresentative del nostro spirito.

Ma quando condividi con altri l’esperienza dell’evento poetico che cosa sperimenti?

Quando condivido l’esperienza dell’evento poetico, si apre una strada meravigliosa. Capita che qualcuno si faccia risuonatore e accogliendo la vibrazione la amplifichi e la restituisca nuova. Sì, perché il punto di osservazione cambia l'effetto e il risultato, il prima e il dopo. L'evento potrebbe essere lo stesso ma l'occhio dell'osservatore (la poesia è visione, evocazione), si sa, ha diverse verità. Ombra e/o luce, largo e/o stretto, ecc... ogni cosa può coesistere. E questo è bellissimo, questa è la creazione che fa il mondo e lo evolve:la partenogenesi poetica ha inizio.  Come poter fare in modo che un enunciato possa essere considerato poesia e che possa comunicare con altezza di suoni l'intenzione di chi scrive? Semplicemente non usando il linguaggio della prosa che non ha regole metriche, va a capo secondo un'esigenza di fine rigo o concettuale. Il verso - e non la frase - va a capo secondo l'esigenza metrico-ritmica-spaziale-intenzionale. Ci vogliono studio e predisposizione, allenamento alla rinuncia, attenzione alla rivelazione, righe cancellate e mestiere. Sì, occorrono mestiere e ricerca per giungere alla libertà che è il fulcro sul quale germina e muove la poesia, tenendo conto che del fatto che non può esistere libertà senza il suo contrario.

Tu sei nata a Formia. Questo territorio ti ha ispirato a diventare una studiosa di canti popolari e di tradizioni locali?

Sono una ladra di suoni e la terra, con la nostra amata patria, è una fucina inesauribile di esperienza. Il teatro dei luoghi ha avuto su di me sempre un fascino particolare. La mia tesi universitaria ha avuto per titolo “Teatri e feste popolari nel Sud Pontino". Sono nata a Formia, ma cresciuta a Gaeta (famosa soprattutto grazie a Virgilio e a Dante che la nomina tramite Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno) e adesso vivo sulla collina del Campanaro, nella campagna itrana. Su questi luoghi si è concentrata la mia attenzione, i luoghi di quella che è stata Terra di lavoro fino al 1927.  Ho vissuto in collegio per alcuni anni della mia infanzia. Il collegio della Madonna della Catena era un eremo fatato, con giardini profumati di aranci e limoni. D’estate, dalle sale venivano i canti delle suore che pregavano le Ore e la sera quanti grilli! Poi vennero i canti delle processioni alle quali mi costringevano a partecipare e poi i canti delle cerimonie religiose pagane. La processione è per antonomasia la forma primigenia del rito-spettacolo insieme al canto lirico in coro, alla danza, alla narrazione, l’azione scenica con i Misteri e la musica con la banda a scandire il ritmo e le fermate. Naturalmente anche la lingua dialettale è parte integrante del mio lavoro di studio e ricerca che stempero nelle mie opere teatrali e in poesia; è la parola/suono che spiega il profondo legame tra l’uomo e la sua terra. L'oralità è ben diversa però, i suoni hanno piccole ma incisive diversità nella scrittura in un territorio che ha subito influenze romaniche e gotiche, turche e bizantine, aragonesi, angioine e borboniche. Esse, tutte insieme, sono l’identità presente, la musica di una terra di briganti, miti e leggende fatte di Janare (streghe-jatte nere che di notte danzavano sullo stomaco delle persone dormienti) e mazzemarieglie (diavoletti bonari e dispettosi). Credo che gli anni della mia infanzia abbiano contribuito non poco alle mie attitudini. I miei studi si avvalgono soprattutto di interviste fatte a persone anziane che mi hanno cantato filastrocche e ammonita con pungenti proverbi e modi di dire, tornando, con l’affettività che le distingue, a un passato non troppo lontano che oggi vive di nostalgia. Le campagne ancora risuonano dell’eco del canto contadino detto “La cavaiole”: Eccheme bella meje ca so menute/i gran sospiri tuoi m’hanne chiamate/mò che me trove ammiéze lu fuoche ardènte/Si fosse ‘nzieme cu tè ne suffresse tante (…).

Quanta arte e quanta saggezza in un contadino. Ecco, egli ha consapevolezza di sé perché il suo è un esserci. Conosce le stagioni, il cambiare del tempo dal vento, sa come mettere a dimora una piantina e conosce la sua sofferenza tanto da curarla, da potare i germogli che le limiteranno il frutto. Il divino non è per pochi eletti ma in ognuno di noi.

Grazie perché sei riuscita a ricreare la bella atmosfera, i colori ed i suoni della tua infanzia con una vividezza straordinaria.  Mi hai letteralmente portata a quel periodo. Torniamo al tempo presente, però, che cosa ti piace di più di questa tua ricerca?

Mi piace il baratto tra arte sacra e arte popolare. Mi piace che il teatro sposi la poesia e si faccia silenzio di versi, mi piace che la poesia sia canto e scenda per le strade e si faccia origine, tessuto e idea da tramandare. Non dimentichiamo che la poesia nasce canto per la musica. Furono soprattutto le tradizioni orali a tramandare i testi e ovunque si raccogliesse la gente, qualcuno intratteneva il pubblico, qualcuno che erede, di una ricca tradizione, diventava portavoce di cultura. Le tradizioni popolari e il folklore sono una risorsa importante, culturale e anche economica di ogni popolo, volta a valorizzare il territorio locale, utile alla conoscenza delle proprie radici nella letteratura e nel tempo extra-ordinario delle feste dell’anno.  I temi sono quelli della vita umana. Ad esempio, nei giorni d’inizio di un ciclo annuale, secondo il mito, tutte le forze soprannaturali acquistano una potenza straordinaria. I rumori e i colori servono ad allontanare le tenebre e il male. A Gaeta si porta “gliu sciusce”, un’orchestrina beneaugurale con strumenti improvvisati tra i quali non mancano triccabballacche, rattacase, caccavella e putipù. Una mia intervista su supporto video, conservata negli archivi di Roma Tre, riporta le parole di uno degli ultimi veri esponenti di quest’arte: il fotografo Nino Cocchetto. http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=101211 Con l’Associazione Culturale Teatrale Mimesis, di cui sono vicepresidente, porto avanti da sempre questo fermo pensiero. Il Premio Nazionale Mimesis di poesia mi permette di portare quest'ultima tra la gente e procurare il dialogo tra versi, autore e pubblico. Questa è la poiesis. Anche il web offre spazi in cui far risuonare il canto, sempre che si tenga presente il valore principale del mezzo che è quello della condivisione e della comunità per un tempo di risveglio ed elevazione. https://www.youtube.com/watch?v=

Hai citato l’Associazione Culturale Teatrale Mimesis, di cui sei vicepresidente. E così eccoci al  teatro. Sei anche  laureata al DAMS  con una specializzazione in regia teatrale. Oggi non solo  fai la regia di pezzi teatrali, ma li interpreti pure e li scrivi. Che cosa è il teatro per te?

Dopo una formazione scientifica e il diploma universitario in infermieristica sono finalmente approdata al DAMS presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre. Già frequentavo le scene da anni e, dunque, si rendeva necessaria una formazione adeguata. Il teatro, al contrario di ciò che si possa pensare, non è semplicemente finzione ma è mettersi nei panni dell’altro, è il percorso empatico per eccellenza a doppio filo tra il personaggio, la parola, lo spettatore e l’attore. È un percorso affascinante che porta la comunicazione allo stato più puro del termine. Comunicarsi è un evento straordinario. Ancor di più quando riesci a mettere in scena i tuoi testi, a far sì che il senso intimo di quanto vuoi dire trapassi il corpo scenico. Amo soprattutto l’ironia e la satira che permeano da argomenti difficili e dolorosi, dalle storie dei miei personaggi sposando un’idea comunitaria. C’è nel teatro una pluralità di percezioni che riescono a dare il senso di una poetica nelle sue  funzioni contenutistiche ed emotive. Amo i particolari, la specularità, ciò che sembra passare inosservato, come il frame dell’assassina nelle prime scene del film “Profondo rosso”.  I titoli delle mie commedie sono abbastanza esplicativi. Il teatro, luogo dell’assemblea, è lo spazio sociale, il “fatto”, l’incontro, l’interazione; è luogo in movimento perché è ovunque siamo con la nostra mente. È un insieme di differenti discipline che si uniscono e  concretizzano l'esecuzione di un evento spettacolare dal vivo.

Quali soddisfazioni ti ha dato il teatro?

Le soddisfazioni che il teatro mi ha dato, e che spero di continuare ad avere, sono innanzitutto legate alla condivisione e all’accoglienza frutto d’amore reciproco. Ognuno traccia, attraverso se stesso, la favola del personaggio e lo rende unico, immortale. È un lavoro di equipe in cui il mio ruolo di regista, oltre a quello di attrice che mi diverte, è quello di riuscire a creare un dialogo intenso tra gli attori e tra questi e il pubblico. I personaggi possono avere i vizi e le virtù di chi li rappresenta. Mi piace mantenerli, non estromettere completamente la natura dell'interprete. Perfino una camminata, il modo di porgere la testa e di sorridere possono incarnare il personaggio che si accende di nuova luce empatica. La soluzione è infine diversa dalle intenzioni primitive dell’autore. Il teatro è un lavoro in progressione, mai uguale nel suo pur fisso copione. Il mondo si muove nello spazio cosmico, tra le leggi dell’infinito mutare delle cose, nel mito di Chronos che genera Etere e Caos. Tra materia e spirito, nell’intricato rapporto tra istinto e ragione, il teatro dell’uomo, altro da se stesso, sta in una realtà speculare. Quando il logos, nell’accezione greca di pensiero, s’infrange sulle rocce della ragione ciò che torna è una parola nuda, l’espressione di una sintesi riuscita in un luogo ideale in cui il tempo non esiste. Tutto è indeterminazione, anche un testo teatrale e si muove nell’impermanenza, come tutte le cose. Una grande soddisfazione, infine, è quando si giunge alla fine della recita; è l’applauso del pubblico; le mani dei miei compagni.

Che cosa provi quando reciti?

Provo a essere uno, nessuno e centomila, provo molte emozioni e sensazioni, provo il panico quando non ricordo la parte, provo l’umiltà per ricominciare partendo dagli errori, sento le voci di dentro farsi spazio in stereofonia verso il buio della sala mentre l’occhio vaga alla ricerca di uno sguardo, imparo a conoscermi meglio e a contare sull’aiuto degli altri, imparo la fiducia, alleno l’attenzione, che a volte si perde se un attore si sperde, se le luci non si accendono. Godo della mia passione, porto con me l’applauso con la paura di non averlo, e so che per qualche minuto, forse, sono entrata nel cuore di qualcuno. Infine imparo che in teatro, come nella vita, occorre saper entrare in scena al momento giusto e allo stesso modo saperne uscire.

Perché abbiamo bisogno di arte?

Perché l’arte ci permette di “vedere” davvero con gli occhi degli altri, di staccare la spina dal mondo esteriore che è la risultanza delle convenzioni che abbiamo adottato. Perché l’arte apre la porta al nostro inconscio portandolo alla regalità dell’unica verità possibile: l’accordo tra mente e cuore e quindi col Divino. Tutti possiamo fare arte, ognuno secondo la propria predisposizione e lo studio, l’applicazione. Niente nasce da niente. L’arte è la storia della nostra umanità.

C'è qualche domanda che non ti ho fatto e che vorresti che ti facessi?

Mi hai fatto belle domande, cara Maria Luisa, e anche molto interessanti. Spero che le mie risposte possano essere soddisfacenti. Grazie.

Lo sono di certo. Grazie.